Saturday, November 28, 2020

BEATE TERRE

Installazione site-specific 
Collage, stampa su blu back
Misure variabili
2019|2020

 

 

             Tellaro,Lerici | Marsiglia 2,80mX3m

 

L’installazione sito specifica “Beate Terre” è  costituita dal collage di immagini del mio territorio e quello di Pescara realizzato in occasione di una personale al 16 Civico nella città sopracitata e successivamente Marsiglia e La Spezia in occasione della partecipazione al progetto   per Manifesta 13 – Les  Parallèles  du Sud, a cura di Dimora OZ e Analogique.     Le immagini scaricate da google maps sono ritagliate e sovrapposte con un risultato spesso casuale ma consapevole, volto a raccontare una storia, quella di due luoghi distanti ma uniti da un’opportunità, dall’incontro tra due persone, da un sentire comune. L’insolito e nuovo accostamento dei territori che non svolgono più la loro primaria funzione, quella di rappresentare uno spazio fisico specifico, diventano illustrazioni soggettive di un mondo come luogo mentale. I collage  diventano un luogo immaginario che unisce limiti e confini, per dar vita ad una nuova terra inesplorata e piena di possibilà. La visione è spiazzante, l’insolito crea un non-luogo nella sua accezione più positiva, dove tutto è mescolato, irreale e sovrapposto, dove tutto è possibile. 
Obiettivo del progetto è quello di costruire uno  spazio nel quale ogni sistema precostituito, politico o religioso, sia automaticamente annientato in quanto privo di riferimenti sui quali far presa.

Un territorio libero. Un’omaggio all’incontro tra due luoghi uniti da intenti comuni.

La modifica crea momentaneo disorientamento, una rimessa in gioco delle nostre certezze più salde ed acquisite, una sensazione di familiarità ed estraneità allo stesso tempo, una confusione visiva ed emotiva che capovolge il concetto di paesaggio e fa affiorare storie nascoste e rapporti sociali nuovi.

 

 

            Marsiglia|Lerici,Tellaro 2,80mX3,00

 

 









    Pescara | La Spezia, 4,30m X 3,00






 SURFACE
 

 


 

  Testo di Andrea Luporini



Il lavoro di Daniela Spaletra non si limita ad affermare che “siamo tutti uguali”: questa frase, nella sua accezione comune e nel suo bonario paternalismo, rischia di diventare una scusa per ignorare le differenze, per rimanere isole circondate da ciò che più ci rassomiglia, rimanendo poi spiazzati di fronte a ciò che percepiamo come diverso.

SURFACE ricompone quell’arcipelago che chiamiamo razza umana in un’ideale mappa.

Dipingendo di bianco il volto dei suoi soggetti, l’artista compie un gesto antichissimo, un ribaltamento della percezione del mondo che i Greci spiegavano col mito dell’uccisione di Dioniso, divinità primordiale della natura vitale e selvaggia, anello di congiunzione fra Gé e Ctòn, il mondo illuminato dalla luce e quello degli abissi.

Dioniso rappresenta il Globo, inarrestabile e inconoscibile nel suo continuo movimento, così, per poterlo fermare e renderlo vulnerabile ai loro pugnali, i Titani inviati da Era escogitano un piano semplice e disarmante: gli dipingono il volto di polvere calcarea durante il sonno. Al risveglio, il dio si guarda allo specchio e non si riconosce, il velo che ricopre il suo viso lo nasconde ai suoi stessi occhi, trasformandolo in una chiara superficie per la prima volta distinguibile e, per questo, mai vista prima. Questo momento di stasi è sufficiente a far sì che i Titani possano afferrarlo e smembrarlo in sette pezzi.

Il mito racconta poi che Apollo ricomporrà il corpo del fratello appoggiando le sue parti su un altare, sottraendo una dimensione al globo e riducendolo a un piano. Così facendo, di fatto, crea la prima carta geografica, mette una accanto all’altra parti prima divise e tra loro irriducibili, rendendo possibile l’invenzione di uno strumento (la scala) che ha permesso all’uomo di creare quella che oggi definiamo Terra, uno spazio che le nostre conoscenze ci permettono di esplorare nonostante le differenze morfologiche che lo contraddistinguono.

La Terra, per Carl Ritter, non è solo una dimensione fisica ma è soprattutto “la casa dell’umanità”; per questo, con SURFACE, Daniela Spaletra compie un passo ulteriore e ci fornisce una mappa del genere umano, ricordandoci che non siamo isole ma individui posti uno accanto all’altro all’interno di un unico piano.

Lo strato bianco immobilizza il soggetto, lo neutralizza, mostrando la superficie di carne comune a tutti noi: l’artista utilizza i suoi pugnali per separare i volti dai preconcetti che utilizziamo quotidianamente, siano essi di razza, genere o quant’altro.

I contenitori di colore, che riproducono la pigmentazione della pelle delle persone fotografate, diventano la legenda che ci permette di decifrare questa carta, ci ricordano la diversità propria ad ognuno di noi, necessario completamento di questo “grado zero” che intimamente siamo. Ogni viso ha un colore ma potenzialmente potrebbe accogliere ogni altro, eppure ne avrà sempre uno e uno soltanto.

In questa riflessione sta la forza di questo lavoro, il cui soggetto (il vero corpo smembrato) diventa alla fine lo spettatore stesso con le sue credenze che, almeno per un attimo, vengono sospese, messe in dubbio, misurate secondo una scala inedita, quella di un’umanità liberata da giudizi di valore socialmente imposti.

 

 

 

 



 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

Wednesday, November 25, 2020

Untitled 

Fotografia digitale 15x20 cm
LightBox e stampa digitale su acetato 
2020 

 

 

                          “Galoppa la notte sulla sua cavalla cupa/spargendo spighe azzurre sul prato”.

P. Neruda

 

Le due immagini fanno parte di un progetto più ampio che attraverso un percorso visionario, mostra una natura che apparentemente sembra fluttuare in un tempo perduto che invita ad entrare in una dimensione fiabesca e spensierata. La natura appare come un non-luogo, un panorama artefatto, finto e privo di connotazione geografica, è esteticamente attraente ma ad un approfondito sguardo rivela qualcosa di sinistro, di perturbante, ci parla di una realtà ben più complessa e triste. Attraverso una sollecitazione estetica l’intento è quello di indurre ad una riflessione profonda su come l’uomo sia in grado di influenzare e danneggiare le dinamiche della terra cambiandone inesorabilmente gli equilibri. 

L’intero progetto è un inganno che oscilla tra emozione visiva da una parte e riflessione interiore dall’altra. Le immagini non riconosciute dall’osservatore sono lo specchio del costante contrasto uomo/natura, dell’esito delle ultime allarmanti ricerche sull’ambiente da parte della dannosa attività umana. Tutto è illogico e surreale, l’equilibrio originario è perduto, la mutazione esasperata corre insieme all’uomo che alla fine non si accorge più dei danni collaterali del suo comportamento. Abbiamo l’idea che tutto sia in relazione all’umano e che ogni dimensione sia indipendente e autonoma mentre invece è equivalente alle altre di cui si finisce per sopprimerne l’esistenza. L’antropocentrismo che ci contraddistingue è costruito intorno alla nostra presunta superiorità nei confronti di tutte le altre forme di vita, oltre che sulla ancor più drammatica superiorità di certi tipi di umani nei confronti di altri.

Siamo drammaticamente specisti, consideriamo la vita della specie umana come se fosse l’unica da tutelare, accettiamo tutto senza farci troppe domande del tipo: perché il nostro pianeta è sempre più inquinato? Da dove arriva il nostro cibo? Di cosa sono fatti i nostri vestiti? Accettiamo tutto perché scegliamo di non vedere il mondo sommerso che regge il mondo visibile e consideriamo il primo, l’unico possibile. Ciò che non è umano è semplicemente assente. Oggi accettiamo che il problema sull’ambiente abbia un ruolo importante e che gli ecosistemi vengano tutelati a patto di rimanere  ben saldi alle nostre abitudini e solo fino al punto che tutto ciò non intacchi i nostri antropocentrici privilegi.

Ecco, tutto questo non basta più.

Possiamo tranquillamente parlare di crisi ecologica contemporanea, dal surriscaldamento globale, al sovraffollamento, allo scellerato consumismo, agli allevamenti intensivi ed estremamente inquinanti,  alle emergenze sanitarie come quella che stiamo vivendo attualmente, all’estinzione di numerose specie animali, con inevitabile perdita di biodiversità indispensabile con ripercussioni in tutto l’eco-sistema.

Se l’uomo persevererà in questo senso, sarà necessario fare i conti con una nuova dimensione post-umana, che dovrà abituarsi a vivere in un pianeta massacrato dalla crisi ecologica ambientale prodotta dall’ Homo Sapiens.  Le piante dal colore innaturale ed estremizzato sono il risultato di una trasformazione forzata, sono lo specchio della loro resistenza allo scempio umano, il loro adattamento all’ambiente, sono il triste cambio di habitat al quale le abbiamo costrette a vivere. Quindi, il problema sta nel chiedersi se vogliamo rimanere nell’accezione Homo Sapiens e preservare quello che resta del mondo? Oppure vogliamo entrare nell’era del post umanesimo, cercando di sopravvivere al disastro ambientale che la specie di provenienza ha causato e riprogettare il tutto sulle macerie rimaste? Nella seconda ipotesi, le forme di vita alterate potrebbero essere accettate in quanto eredità e le “spighe blu” di cui parla Neruda potrebbero essere il futuro nel quale cominciare ad agire in nome di una ricostruzione rivoluzionaria che innanzi tutto abbandoni l’antropocentrismo che ha contraddistinto l’essere umano fino ad oggi, in favore di un nuovo mondo in divenire, dove non esista più spazio per le guerre e lo sfruttamento dell’ambiente, ma solo comportamenti atti a pensare l’intero universo, come un unico insieme di tutte le cose e il mondo come una piccola parte di esso.